“fa parte della mia natura fare il ciula” (bassi maestro)
Stamattina nello stendere i panni testè usciti dalla lavatrice notavo come l’agente in questo periodo faccia un curioso e insolito uso di una gran quantità di camicie, indumento che prima snobbava.
Con me non s’è mai messo le camicie a parte quando dovevamo partecipare a dei matrimoni, due per la precisione. Il matrimonio della sorella del Canadese (luglio 2003) e il matrimonio del Canadese stesso (luglio 2004). In occasione di entrambi gli eventi l’agente si ubriacò pietosamente, nel primo in particolar modo, quando, una volta tornati a casa, irruppe in tenuta adamitica sul balcone di camera nostra, attendendo il passaggio dei treni sulla massicciata ferroviaria dirimpetto. All’arrivo di ogni convoglio egli levava al cielo il dito medio urlando e scotendosi i genitali con l’altra mano.
Dicevo con me non s’è mai messo una camicia per uscire, e quest’ultima affermazione potrebbe esser colta con una connotazione di nostalgismo dagli occhi da ofide dei maligni et tendenziosi. In realtà no, giacchè l’agente in camicia rassomiglia a quei bambini affetti da trisomia 21 che si provano, per ischerzo, i vestiti del padre, e io mi sono sempre ben guardata dall’incentivare l’indossaggio di tale indumento, nonché non mancai mai di incaricarmi di sopprimerne la spinta indossatoria a mezzo umiliazioni e violenze psicologiche.
Mi fa sorridere, perché l’agente che si fa bello mi ricorda vagamente quelle scene di fantozzi in cui paolo villaggio si profuma l’interno mutande prima di incontrare anna mazzamauro, fregandosi le mani con la linguetta fuori d aun angolo della bocca.
Quante anne mazzamauro si sono susseguite? Ed egli è rimasto tale e quale.
Confortante, nel suo non esserlo per nulla.
Non v’è nulla di piu corroborante dello sfrecciare in bici alle undici postmeridiane, sotto la pioggerella nebbiolinosa. Trionfalmente mi riapproprio dei luoghi, che d’estate mi vengono indebitamente sottratti. Le mutate condizioni atmosferiche aka pioggia e rigore autunnal-invernale mondano le vie del centro dal volgare troiodromo™ a cromosomi parimenti xx e xy sviluppatosi nei mesi estivi. Da maggio a settembre mi pare di deambulare per le vie di Calcutta, vacche vacche e ancora vacche, dai dodici ai sessantanni, un clamoroso insulto sguaiato e scomposto e irriguardevole indirizzato alla mia personale idea di femmina, di maschio, di dinamiche di femminamaschio, di valorizzazione del sé, una roncolata inferta ai miei complessi d’inferiorità, la Sega Sternale della Dottoressa Weaver che polverizza l’ossatura dei miei arditi e momentanei slanci nell’alzare la testa. Il mostrarmi mercenariamente nuda sulla rete era un atto limpido e gioioso e cristallino in confronto alla sordidezza di questa fiumana di sottintesi gratuiti, vedononvedo senza aspettativa, riesumazioni di tecniche seduttive in uso ai tempi dell’homo neanderthalensis e rese moderne con due spatolate di brillantini e altrettanti straccetti pro-copula;
In atto, sempre piu precoci ed inconsapevoli, sin dall’età in cui io, ai tempi, ancora giocavo coi lego e leggevo libri sui dinosauri, diocane.
In atto, sempre piu raffazzonate e grottesche, fino all’età in cui io auspico di arrivare deambulando per un bosco, con capelli grigi, in maglione e salopette, seguita da una muta di cani scodinzolanti e uggiolosi.
Sicchè la pioggia interdice il rilascio di ferormoni nell’aere e i mediocri si rintanano nelle proprie abitazioni, o nei pub. E proprio allora io, dopo mesi di autoinumazione nella casa con le imposte sempre chiuse, mi pregio di piombare in mezzo a corso roma pedalando come un ossessa con i *nome di gruppo figo* nel walkman fingerpointando mentalmente ogni sillaba, esultando arrogante, vigliaccamente sola sul campo di battaglia dove le schiere nemiche si son ritirate da tempo.
Solo ora trovo il coraggio di fargli la guerra.
Che donna di merda.
“io faccio rap per dare via un po’ più d’uccello”
Venerdi scorso siamo andati a sparare con le pistole a gommini a getto d’aria. Ritengo d’uopo che ognuno si predisponga per la Grande Rivolta, che non sarà dissimile in proporzioni e gravità da quella del ghetto di los angeles. E quando torme di odonghi e cacariso si avventureranno per le macerie con i Nostri televisori sotto il braccio io non voglio farmi cogliere impreparata. E’ figo li, ci sono pure le sagome con i punti vitali e una vocina metallica ti ragguaglia man mano su cosa hai colpito della sagoma. Pare io abbia la tendenza a mirare allo stomaco. Vuoi perché è il punto piu facile da mirare vuoi perché sono succube dell’influenza di salvate il soldato ryan, la scena iniziale in cui si vede il tipo che si regge gli intestini con le mani. Singolare descrivere queste attività con le canzoni dei city on film di sottofondo. Dopo avere sparato ci siamo cimentati nel giochinodebbotte. Dicesi giochinodebbotte attività ludica preposta allo sfogo delle tensioni psicologiche. Ognuno dovrebbe praticare con costanza il proprio personale giochinodebbotte. Risparmierebbe malumori e incomprensioni ed equivoci nei rapporti interpersonali. Il giochino debbotte non è tale se non è interagente. Un sacco da prendere a pugni non è un giochinodebbotte; un essere umano da prendere a pugni, si. Non sussistendo una gamma cosi ampia di esseri umani predisposti a farsi volontariamente incartare di schiaffazzi, ci è dato di usufruire di quel prodigio della tennica chiamata simulazione tennologica della realtà, o qualcosa di simile.
Sabato ho suonato a milano in zona navigli. Prima di me, alcune performans eseguite da Stefania degli ovo ed elsa dorella nonché l’ex professore di disegno di napo che si è fatto quattro ore di dj set con in bocca una palletta di gomma costrittiva con cinghia. Ogni tanto se la levava ad asciugarsi la bocca perchè sbavava come un mastino napoletano. Figo il posto, e ancora piu figo il fatto che non ci fosse un pubblico da concerti indi-hc-diy, ma gente la cui attenzione per il concerto non fosse ancora del tutto deflorata dalle dinamiche delle message board. Aka io e seba con sollievo constatavamo di non conoscere quasi nessuno. A parte la sorella, angelina, olli, il batteria che è stato preso a scudisciate da una delle performer, gaia di spezia e bruno. Ciliegia sulla torta, due dementi che entusiasticamente mi si sono avvicinati e mi han domandato se per caso non fossi superliz. diocane.
Ho infine suonato con l’handicap di roboanti ritorni nel microfono che mi hanno fottuto tutto il concerto, nonostante ciò la gente gradiva, bruno dorella è arrivato allegrissimo a dirmi “oh aiki, uno dei tuoi live migliovi, la tvovata di fav fischiave tutto mi è piaciuta un casino” “bruno, non era una trovata. Durante il soundcheck non fischiava un cazzo.” “ah.” La serata è finita a mangiare quadratini di galak in autostrada e fare gag tra di noi.
Nel mentre in quel dell’alessandrino si teneva pomposamente la jam hip hop annuale aka Fuori dal Carrello 2005. a cui i coinquilini hanno presenziato di prepotenza. Ognuno per le proprie personali motivazioni. L’agente ascolta massivamente hip hop ma alla fine non gliene fotte un cazzo, a lui piace vedere i video con le negre dai culi imponenti, immaginare di essere snoop dogg e poter disporre di denaro al fine di circondarsi delle suddette negre. Oppure vedere il film di eminem nei momenti in cui si sente piu worker pride e avere una motivazione in piu per alzarsi la mattina alla sei e recarsi al lavoro con cappuccio in testa e lo zainetto della zero, immedesimandosi nel personaggio. Non è vero che sente il groove e il respiro della strada, l’unica cosa che sente è il richiamo dei suoi testicoli farciti di sperma a una pressione di 190 atmosfere, all’ingorgo di testosterone che gli manda in merda al cervello, poi potrebbe fare rap, punkrock, progressive metal, musicale medievale con ghironda, (non siamo ancora arrivati all’indierock solo perché sa che tra le tope indierock non buttano i peli e la mortazza sulla pancia, se si eccettuano le più disperate), lo scopo rimarrebbe il medesimo. Insomma, la motivazione per cui l’agente va tutti gli anni a Fuori dal Carrello è cercare del materiale coitabile, anche di bassa qualità, nella torma di ragazzine approdate all’evento, guidate dal turbinio estrogenico che le porta ad essere attratte da ragazzi di bell’aspetto che si dilettano nel dipingere su muri, esercitare della breakdance o dire stronzate in rima dentro a un microfono. Quest’anno pare che sia riuscito nell’intento infilzandosi una scraccusa di tortona (che ricordiamolo è la città dei Cervelli Fini e delle Fiche Strette) in stato di semincoscienza (lei, in stato di semincoscienza) sul retro del furgone. A napo piace genuinamente l’hip hop ma ancora non comprendo come questo si concili con la sua attitudine smaccatamente antiqualsiasicosasignifichi l’hip hop. L’organizzazione di Fuori dal Carrello, se non erro, è in mano a un tizio il quale tutte le volte che vede me e pazz vorrebbe estirparci le gonadi e giocarci a tiro al piattello. Credo sia per quel tiro simpatico che gli abbiamo fatto l’anno scorso. C’era sta rassegna di gruppi piemontesi, per scommessa gli abbiamo mandato il demo di agent pazz e violetta, per caso ci han preso tutti e due a suonare in differenti serate, per non so quale motivo eravamo designati come co-headliner. Ma essendo che nel giugno dell’anno scorso ad alessandria l’arsura meteorologica s’era fatta insopportabile, vedemmo bene di defezionare silenziosamente e rifugiarci sulle intonse vette del sudtirolo rimpinzandoci di knodel e panini coi semi e formaggio grigio e cetrioli. Da quel giorno egli ce l’ha con noi.Ultimamente in me capacità di astrazione e ondivaghezza si sono umilmente piegate sotto i colpi di glande della pragmaticità.La retorica è tanto bella ma non serve a una minchia se non a frapporre sovrastrutture, tentare il freeclimbing sugli specchi e derogare responsabilità. È che dopo l’avere recentemente affrontato un paio di avvenimenti non posso dire di essere esattamente la stessa identica persona di, che ne so? Mesi fa. Non ho le caratteristiche fisiche di una tavoletta di ardesia, non mi si può scrivere sopra, cancellare, scarabocchiare, poi cancellare, poi disegnarci sopra dei cazzetti, poi decidere che è troppo e che forse, si, si è esagerato, diamoci una bella manata di spugna. Mi piacerebbe operare su me stessa in questo modo, ma la vita chiamasi anche somma di esperienze, se ricevo delle picconate mi scheggio, se mi tirano addosso della merda essa si stratifica a menochè non arrivi un allegro omino delle pulizie a tirarne via un po’.
A volte il concetto di “parlare a tempo debito” assume contorni ilari e grotteschi.
La verità è che non c’è mai stato un tempo debito.
A volte, paradossalmente proprio in virtù del concetto di “tempo debito”, è meglio non tacere. Chiamasi “che abbiamo da perdere a parte la faccia, l’orgoglio, la dignità". E che abbiamo da guadagnare oltre carriolate di imbarazzo e spazi vuoti? ma a me personalmente l’horror vacui fa una sega, in sti frangenti. Non restano spazi vuoti se ci si comporta come una frana di 260 milioni di metri cubi di sassi e fango che ti si stampa in faccia.
In sta dicotomia di fasi scomposte capita sempre che uno è il malcapitato ciclista e l’altro il camion contromano che ti si impiastra sui denti, uno è la diga del vajont e l’altro la città di Longarone. A turno. Il silenzio dopo la frana ha la consistenza di una cucchiaiata di malta ficcata in bocca a tradimento.
dling dlong
violetta beuregarde riprende i live. il primo sarà l'otto ottobre al 65 Metri Quadri, via Casale 54 ang. Alzaia Naviglio Grande, Milano, con mostra e dj set di massimo giacon, performance di elsa dorella e stefania pedretti, e ovviamente la solita mezzora scarsa di cacamento di minchia con la sottoscritta, verso mezzanotte piu o meno.
accorri numeroso.