cash advances and jenny's back on campus
i can't believe that it's september
said jenny "what's the story",
all the chicks in her sorority
asked her how she spent the summer
she said "i interned at some law firm,
i got a little sunburned
i saw some raver kid get murdered
i met a guy, and this guy i met he got me high
and the drum and bass sounds a lot like rollin' thunder
and the blue looks beautiful as it tops off the torch
you don't have to go inside to buy, you can buy it off the porch"
"twenty-seven lovers in the back half of the summer
i know you think that's way too many
but the exs make me feel sexy
and the sex makes me feel empty
and the alcohol destroys me
and i did it in a disco
with some guy from san francisco
who looked a lot like roger daltry"
"and the night of all that bloodshed
i was kissin' on some crackhead
who said he knew about a party,
he keeps it in his mouth in those crazy chipmunk cheeks
i gave him fifty and he kissed me, spit a little treat between my teeth".
i think we're starting to peak
woke up at some hedonistic rodeo
with cowboys kissing cowboys,
trading magazines for videos
god bless the radio, all that fine fine music without all the messed up musicians
and dwight's a magician, he gets sensible people makin' terrible decisions



What good are the times that I catch you alone? It took an eternityi veri uomini mangiano pretzel e guardano le marmotte e io ho un alta stima della tua veriuominità.
and I forgot what I wanted (cit.)
è primavera, diocane, e io voglio un pretzel e portarti a vedere le marmotte.

Una notte, verso la fine d'agosto, proprio nel colmo della peste, tornava don Rodrigo a casa sua, in Milano, accompagnato dal fedel Griso, l'uno de' tre o quattro che, di tutta la famiglia, gli eran rimasti vivi. Tornava da un ridotto d'amici soliti a straviziare insieme, per passar la malinconia di quel tempo: e ogni volta ce n'eran de' nuovi, e ne mancava de' vecchi. Quel giorno, don Rodrigo era stato uno de' più allegri; e tra l'altre cose, aveva fatto rider tanto la compagnia, con una specie d'elogio funebre del conte Attilio, portato via dalla peste, due giorni prima.
Camminando però, sentiva un mal essere, un abbattimento, una fiacchezza di gambe, una gravezza di respiro, un'arsione interna, che avrebbe voluto attribuir solamente al vino, alla veglia, alla stagione. Non aprì bocca, per tutta la strada; e la prima parola, arrivati a casa, fu d'ordinare al Griso che gli facesse lume per andare in camera. Quando ci furono, il Griso osservò il viso del padrone, stravolto, acceso, con gli occhi in fuori, e lustri lustri; e gli stava alla lontana: perché, in quelle circostanze, ogni mascalzone aveva dovuto acquistar, come si dice, l'occhio medico.
- Sto bene, ve', - disse don Rodrigo, che lesse nel fare del Griso il pensiero che gli passava per la mente. - Sto benone; ma ho bevuto, ho bevuto forse un po' troppo. C'era una vernaccia!... Ma, con una buona dormita, tutto se ne va. Ho un gran sonno... Levami un po' quel lume dinanzi, che m'accieca... mi dà una noia...!
- Scherzi della vernaccia, - disse il Griso, tenendosi sempre alla larga. - Ma vada a letto subito, ché il dormire le farà bene.
- Hai ragione: se posso dormire... Del resto, sto bene. Metti qui vicino, a buon conto, quel campanello, se per caso, stanotte avessi bisogno di qualche cosa: e sta' attento, ve', se mai senti sonare. Ma non avrò bisogno di nulla... Porta via presto quel maledetto lume, - riprese poi, intanto che il Griso eseguiva l'ordine, avvicinandosi meno che poteva. - Diavolo! che m'abbia a dar tanto fastidio!
Il Griso prese il lume, e, augurata la buona notte al padrone, se n'andò in fretta, mentre quello si cacciava sotto.
Ma le coperte gli parvero una montagna. Le buttò via, e si rannicchiò, per dormire; ché infatti moriva dal sonno. Ma, appena velato l'occhio, si svegliava con un riscossone, come se uno, per dispetto, fosse venuto a dargli una tentennata; e sentiva cresciuto il caldo, cresciuta la smania. Ricorreva col pensiero all'agosto, alla vernaccia, al disordine; avrebbe voluto poter dar loro tutta la colpa; ma a queste idee si sostituiva sempre da sé quella che allora era associata con tutte, ch'entrava, per dir così, da tutti i sensi, che s'era ficcata in tutti i discorsi dello stravizio, giacché era ancor più facile prenderla in ischerzo, che passarla sotto silenzio: la peste.
Dopo un lungo rivoltarsi, finalmente s'addormentò, e cominciò a fare i più brutti e arruffati sogni del mondo. E d'uno in un altro, gli parve di trovarsi in una gran chiesa, in su, in su, in mezzo a una folla; di trovarcisi, ché non sapeva come ci fosse andato, come gliene fosse venuto il pensiero, in quel tempo specialmente; e n'era arrabbiato. Guardava i circostanti; eran tutti visi gialli, distrutti, con cert'occhi incantati, abbacinati, con le labbra spenzolate; tutta gente con certi vestiti che cascavano a pezzi; e da' rotti si vedevano macchie e bubboni. - Largo canaglia! - gli pareva di gridare, guardando alla porta, ch'era lontana lontana, e accompagnando il grido con un viso minaccioso, senza però moversi, anzi ristringendosi, per non toccar que' sozzi corpi, che già lo toccavano anche troppo da ogni parte. Ma nessuno di quegl'insensati dava segno di volersi scostare, e nemmeno d'avere inteso; anzi gli stavan più addosso: e sopra tutto gli pareva che qualcheduno di loro, con le gomita o con altro, lo pigiasse a sinistra, tra il cuore e l'ascella, dove sentiva una puntura dolorosa, e come pesante. E se si storceva, per veder di liberarsene, subito un nuovo non so che veniva a puntarglisi al luogo medesimo. Infuriato, volle metter mano alla spada; e appunto gli parve che, per la calca, gli fosse andata in su, e fosse il pomo di quella che lo premesse in quel luogo; ma, mettendoci la mano, non ci trovò la spada, e sentì in vece una trafitta più forte. Strepitava, era tutt'affannato, e voleva gridar più forte; quando gli parve che tutti que' visi si rivolgessero a una parte. Guardò anche lui; vide un pulpito, e dal parapetto di quello spuntar su un non so che di convesso, liscio e luccicante; poi alzarsi e comparir distinta una testa pelata, poi due occhi, un viso, una barba lunga e bianca, un frate ritto, fuor del parapetto fino alla cintola, fra Cristoforo. Il quale, fulminato uno sguardo in giro su tutto l'uditorio, parve a don Rodrigo che lo fermasse in viso a lui, alzando insieme la mano, nell'attitudine appunto che aveva presa in quella sala a terreno del suo palazzotto. Allora alzò anche lui la mano in furia, fece uno sforzo, come per islanciarsi ad acchiappar quel braccio teso per aria; una voce che gli andava brontolando sordamente nella gola, scoppiò in un grand'urlo; e si destò. Lasciò cadere il braccio che aveva alzato davvero; stentò alquanto a ritrovarsi, ad aprir ben gli occhi; ché la luce del giorno già inoltrato gli dava noia, quanto quella della candela, la sera avanti; riconobbe il suo letto, la sua camera; si raccapezzò che tutto era stato un sogno: la chiesa, il popolo, il frate, tutto era sparito; tutto fuorché una cosa, quel dolore dalla parte sinistra. Insieme si sentiva al cuore una palpitazion violenta, affannosa, negli orecchi un ronzìo, un fischìo continuo, un fuoco di dentro, una gravezza in tutte le membra, peggio di quando era andato a letto. Esitò qualche momento, prima di guardar la parte dove aveva il dolore; finalmente la scoprì, ci diede un'occhiata paurosa; e vide un sozzo bubbone d'un livido paonazzo.
L'uomo si vide perduto: il terror della morte l'invase, e, con un senso per avventura più forte, il terrore di diventar preda de' monatti, d'esser portato, buttato al lazzeretto. E cercando la maniera d'evitare quest'orribile sorte, sentiva i suoi pensieri confondersi e oscurarsi, sentiva avvicinarsi il momento che non avrebbe più testa, se non quanto bastasse per darsi alla disperazione. Afferrò il campanello, e lo scosse con violenza. Comparve subito il Griso, il quale stava all'erta. Si fermò a una certa distanza dal letto; guardò attentamente il padrone, e s'accertò di quello che, la sera, aveva congetturato.
- Griso! - disse don Rodrigo, rizzandosi stentatamente a sedere: - tu sei sempre stato il mio fido.
- Sì, signore.
- T'ho sempre fatto del bene.
- Per sua bontà.
- Di te mi posso fidare...!
- Diavolo!
- Sto male, Griso.
- Me n'ero accorto.
- Se guarisco, ti farò del bene ancor più di quello che te n'ho fatto per il passato.
Il Griso non rispose nulla, e stette aspettando dove andassero a parare questi preamboli.
- Non voglio fidarmi d'altri che di te, - riprese don Rodrigo: - fammi un piacere, Griso.
- Comandi, - disse questo, rispondendo con la formola solita a quell'insolita.
- Sai dove sta di casa il Chiodo chirurgo?
- Lo so benissimo.
- È un galantuomo, che, chi lo paga bene, tien segreti gli ammalati. Va' a chiamarlo: digli che gli darò quattro, sei scudi per visita, di più, se di più ne chiede; ma che venga qui subito; e fa' la cosa bene, che nessun se n'avveda.
- Ben pensato, - disse il Griso: - vo e torno subito.
- Senti, Griso: dammi prima un po' d'acqua. Mi sento un'arsione, che non ne posso più.
- No, signore, - rispose il Griso: - niente senza il parere del medico. Son mali bisbetici: non c'è tempo da perdere. Stia quieto: in tre salti son qui col Chiodo.
Così detto, uscì, raccostando l'uscio.
Don Rodrigo, tornato sotto, l'accompagnava con l'immaginazione alla casa del Chiodo, contava i passi, calcolava il tempo. Ogni tanto ritornava a guardare il suo bubbone; ma voltava subito la testa dall'altra parte, con ribrezzo. Dopo qualche tempo, cominciò a stare in orecchi, per sentire se il chirurgo arrivava: e quello sforzo d'attenzione sospendeva il sentimento del male, e teneva in sesto i suoi pensieri. Tutt'a un tratto, sente uno squillo lontano, ma che gli par che venga dalle stanze, non dalla strada. Sta attento; lo sente più forte, più ripetuto, e insieme uno stropiccìo di piedi: un orrendo sospetto gli passa per la mente. Si rizza a sedere, e si mette ancor più attento; sente un rumor cupo nella stanza vicina, come d'un peso che venga messo giù con riguardo; butta le gambe fuor del letto, come per alzarsi, guarda all'uscio, lo vede aprirsi, vede presentarsi e venire avanti due logori e sudici vestiti rossi, due facce scomunicate, due monatti, in una parola; vede mezza la faccia del Griso che, nascosto dietro un battente socchiuso, riman lì a spiare.
- Ah traditore infame!... Via, canaglia! Biondino! Carlotto! aiuto! son assassinato! - grida don Rodrigo; caccia una mano sotto il capezzale, per cercare una pistola; l'afferra, la tira fuori; ma al primo suo grido, i monatti avevan preso la rincorsa verso il letto; il più pronto gli è addosso, prima che lui possa far nulla; gli strappa la pistola di mano, la getta lontano, lo butta a giacere, e lo tien lì, gridando, con un versaccio di rabbia insieme e di scherno: - ah birbone! contro i monatti! contro i ministri del tribunale! contro quelli che fanno l'opere di misericordia!
- Tienlo bene, fin che lo portiam via, - disse il compagno, andando verso uno scrigno. E in quella il Griso entrò, e si mise con colui a scassinar la serratura.
- Scellerato! - urlò don Rodrigo, guardandolo per di sotto all'altro che lo teneva, e divincolandosi tra quelle braccia forzute. - Lasciatemi ammazzar quell'infame, - diceva quindi ai monatti, - e poi fate di me quel che volete -. Poi ritornava a chiamar con quanta voce aveva, gli altri suoi servitori; ma era inutile, perché l'abbominevole Griso gli aveva mandati lontano, con finti ordini del padrone stesso, prima d'andare a fare ai monatti la proposta di venire a quella spedizione, e divider le spoglie.
- Sta' buono, sta' buono, - diceva allo sventurato Rodrigo l'aguzzino che lo teneva appuntellato sul letto. E voltando poi il viso ai due che facevan bottino, gridava: - fate le cose da galantuomini!
- Tu! tu! - mugghiava don Rodrigo verso il Griso, che vedeva affaccendarsi a spezzare, a cavar fuori danaro, roba, a far le parti, - Tu! dopo...! Ah diavolo dell'inferno! Posso ancora guarire! posso guarire! - Il Griso non fiatava, e neppure, per quanto poteva, si voltava dalla parte di dove venivan quelle parole.
- Tienlo forte, - diceva l'altro monatto: - è fuor di sé.
Ed era ormai vero. Dopo un grand'urlo, dopo un ultimo e più violento sforzo per mettersi in libertà, cadde tutt'a un tratto rifinito e stupido: guardava però ancora, come incantato, e ogni tanto si riscoteva, o si lamentava.
I monatti lo presero, uno per i piedi, e l'altro per le spalle, e andarono a posarlo sur una barella che avevan lasciata nella stanza accanto; poi uno tornò a prender la preda; quindi, alzato il miserabil peso, lo portaron via.
Il Griso rimase a scegliere in fretta quel di più che potesse far per lui; fece di tutto un fagotto, e se n'andò. Aveva bensì avuto cura di non toccar mai i monatti, di non lasciarsi toccar da loro; ma, in quell'ultima furia del frugare, aveva poi presi, vicino al letto, i panni del padrone, e gli aveva scossi, senza pensare ad altro, per veder se ci fosse danaro. C'ebbe però a pensare il giorno dopo, che, mentre stava gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto de' brividi, gli s'abbagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, e cascò. Abbandonato da' compagni, andò in mano de' monatti, che, spogliatolo di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale spirò, prima d'arrivare al lazzeretto, dov'era stato portato il suo padrone.

premessa: questo è un racconto di Natale, scritto a quattro mani con il mio amico Mattia, detto Agata (myspace.com/lelunghecigliadiagata), in un oretta circa mentre conversavamo su msn messengèr. Mattia detto Agata è stato buona parte del suo Santo Natale a farmi compagnia sul messengèr poichè mi trovavo a casa da sola, malata e senza pranzo di Natale. È vero diocane, non ridete, per una sfortunata concatenazione di sventure mi sono ritrovata in codesta spiacevole situazione. Comunque evviva Agata, a morte i traditori, come l’agente per esempio, che ieri sera è uscito dal lavoro e al posto di tornare a casa a farmi compagnia, assicurarsi che stessi bene e visionare con me la trilogia di Indiana Jones, Piramide di Paura e le prime tre serie di Futurama, ha preferito andarsi a sbronzare al pub per poi tornare alle sette del mattino e lamentarsi di essersi sbronzato al pub, con il suo cazzo di ridicolo New Era natalizio nero, oro e argento, non dissimile dalla carta per fare gli sfondi dei presepi, o dal cartone per le confezioni dei pandori deluxe, lui si che ha mangiato e fatto cenoni consumato generi alimentari e s'è pure sbronzato e starà giocando all'aspirapolvere umano con la sua amica cacariso tossica, che se un giorno mi gira il cazzo chiamo le guardie e gliele faccio arrivare in casa, dicevo l'agente si sta scialando mentre io sto a letto da due giorni a bere brodo fatto col dado, essendo che, dovendo traslocare, nessuno ha piu fatto spesa.
tornando al racconto: il corsivo è mio, il resto di Mattia detto Agata.
Di Agata e Miss Violetta Beauregarde
A Natale non si dovrebbero avere le piante dei piedi sporche. Ma io da due giorni cammino scalza sulle piastrelle melange dell'impiantito domestico.
A Natale non dovresti pensare a quanta merda ti regaleranno.
A Natale dovresti volere solo la neve, forse. Ma nemmeno quella.
Però.
Però alla tele c'è Justin Timberlake live al Madison Square Garden di NY; Justin è un grosso. Justin non fa mai una stecca. Justin non sbaglia mai un passo. Justin è armonia, stile, perfezione, faccia di cazzo ma simpa, la quintessenza dell'Odioso, cioè del tipo che eccelle in tutto e non può nemmeno starti sui coglioni perchè non se la mena e sorride sempre. E io lo osservo dal mio divano letto autoprodotto, che alla bisogna si digievolve in Triclinio pomeridiano, troppo alla bisogna forse, giacchè sto iniziando ad accusare la formazione di piaghe da decubito come i vecchi.
Metto in muto Justin e attacco in sottofondo, nello stereo, i Port Royal. Scorrono liquidi come il latte sulla Bjork di Cunningham, i Royal sono degli ammazzavampiri e dato che ho bevuto barolo fino a sbrodolarmelo sulla felpa della festa e ho voglia di succhiare del sangue vergine, mi faranno del bene.
mi volto verso il mondo, che sta al di fuori dello schermo Apple, al di fuori delle stronzate agatiane, lontano dal mio Privat Party insonorizzato ai più e mi chiedo se davvero sia il caso di ritornarci in questo natale, se davvero c’è ancora qualcuno da salutare sul serio. Oppure sono solo sorrisi di plastica alla Black Hole Sun.
Una volta ho baciato uno dei Port Royal.
Una volta ho baciato uno dei Port Royal, uno degli Ammazzavampiri e il suo bacio aveva lo stesso sapore di quello che facevano sul palco, aspro. Confuso.
I visitatori di questa magione hanno presto imparato che non è abitudine sana entrare nella Sala del Triclinio e spalmarsi sul Triclinio medesimo, immemori e lascivi, per cercarvi il ristoro delle membra. A meno essi che non siano studiosi di malattie tropicali rare e mortali.
È Natale, e con le ultime due uova rimaste nel frigorifero ho confezionato una frugale frittata. Laonde, l'ho scodellata su un piatto di plastica bianca, per poi recarmi a consumarla dove, se non sul Triclinio. Come un nibbio o un barbagianni, che artigliato l'inerme scoiattolo si rifugia nel nido a pasteggiare con esso.
Avevo il piatto poggiato sulle ginocchia.
Ho starnutito ed il piatto si è rovesciato e con esso il prezioso contenuto, sulla stoffa del materasso del triclinio.
E’ Natale, e ho finito le uova, e non ho mai imparato a deporle.
Mi dice che passerà il capodanno a casa di Caracciolo, l’attaccante della Samp, che ci saranno letterine e costantini, tette, culi, un paio di Magnum di Crystal e un paio di cervelli.
Faccio un cenno con il capo non schiodando gli occhi dalla biografia di Bill Viola e mi chiedo se ci sarà anche Cassano. Li vedo bene insieme quei due.
Poi i Port Royal sfumano nell’ultimo lamento, Justin inciampa nel concludere lo spettacolo, ma con stile. E faccio di cazzo.
Tutto finisce ed io prendo in mano il cellulare.